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Magazzino Viveri

Crespano del Grappa, TV


IL RANCIO


Il giudizio dei soldati sulla quantità del rancio risulta, nelle numerose testimonianze pervenutaci, quasi unanimemente positivo. In effetti, anche tenendo conto degli inevitabili sprechi, la razione viveri giornaliera garantiva mediamente circa 4000 calorie, salvo nel corso del 1917 quando scese a poco più di 3000 calorie : in ogni caso, una dieta sicuramente più ricca di quella cui erano abituati da civili la maggior parte dei militari di estrazione popolare, non esclusi i veneti, cresciuti in un ambiente nel quale la pellagra – malattia da sottoalimentazione – non era stata ancora del tutto debellata alla vigilia del conflitto.
Le lagnanze riguardavano semmai la qualità del cibo, che spesso giungeva freddo e scotto nelle trincee, e soprattutto la limitata disponibilità di bevande : poco vino e talvolta una drammatica penuria di acqua; ma molto dipendeva dalle circostanze e dalle situazioni particolari in cui ci si veniva a trovare. Indicativamente ciascun soldato riceveva ogni giorno 700 grammi di pane, 350 grammi di carne (calcolati sull’animale vivo), 150 grammi di pasta o riso, talvolta frutta e verdura, un quarto di vino, caffè; qualche ulteriore integrazione era prevista per le truppe dislocate in zona di operazioni.

Lo sforzo organizzativo per garantire il vettovagliamento delle truppe fu notevole.

Per la confezione del pane, oltre ai forni mobili Weiss, si utilizzarono forni militari in muratura costruiti nelle retrovie, tanto che solo il 10% del pane per i soldati venne fornito da civili. Per la carne, dopo il primo anno di guerra, fu decisa un’importazione massiccia dall’America di bovini congelati – circa 4 milioni di quintali – che servirono ad integrare l’insufficiente disponibilità di animali da macello nel territorio nazionale Vennero anche distribuiti ai soldati 230 milioni di scatolette di carne, in gran parte prodotte dagli stabilimenti militari di Casaralta e Scanzano.

In trincea, il rancio arrivava normalmente dalle cucine poste nelle retrovie, trasportato spesso di notte, a dorso di mulo; ma ciascun reparto era anche dotato di cucine da campo someggiabili (casse di cottura con fornello) e soprattutto delle marmitte da campo mod.1855 – in numero da 3 a 4 per ogni compagnia - del peso di kg 55, “normalmente usate in ausilio alle casse di cottura” per il caffè e la bollitura dell’acqua (notizie tratte da Ferruccio Botti, La logistica dell’esercito Italiano, Roma 1991).
In realtà il problema del rancio in trincea era soprattutto di ordine igienico. L’ambiente in cui si era costretti a pranzare veniva descritto come “ una spaventosa mescolanza tra corpi e materia”:”cose sparse per ogni dove sul fango alto: cassa sfondate, sacchi ricolmi, marmitte, cadaveri”;” da per tutto si pesta della merda, che sprigiona un puzzo insopportabile”(testimonianze di C. Salsa e G. Stuparich, riportate in A. Gibelli, L’officina della guerra, Torino 1998).
In tale contesto era inevitabile che si diffondessero tifo e colera, arginati nel corso della guerra grazie ad una vaccinazione di massa; ma poco si poteva fare contro meningiti, dissenterie e altre malattie batteriche che decimarono le truppe in trincea.

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